Mentre il mondo sembra essere colpito da un’isteria generale, dove il diritto internazionale cede il passo alle psicosi, quello che sta realmente accadendo nelle ultime ore è una supposta strategia della tensione, mossa dall’intento di generare una tachicardia economica globale.
Ciò che l’amministrazione Trump sta attuando, apparentemente dettato da uno stato confusionale in uno scenario globale sempre più labile, i cui confini tendono a sfumare nel momento stesso in cui si tenta di coglierne la ragione, e quella che può sembrare una strategia “folle”, non sono altro che una mossa ben calcolata.
Sembrerebbe quasi che, con il regime change di gennaio in Venezuela, l’aggressione all’Iran corrispondesse a una sua diretta emanazione. Perché quello che sta accadendo non sembrerebbe essere figlio del caso, ma dettato dalle regole del mercato internazionale. Come riportato dal Wall Street Journal, il conflitto in Iran, nonostante l’impennata dei prezzi del petrolio, non ha intaccato l’economia statunitense.
L’America, neutralizzando il competitor venezuelano con l’intervento di gennaio, ha ottenuto il controllo di una delle principali fonti di petrolio al mondo, andando a impattare in misura minore rispetto agli altri Paesi sulla chiusura dello stretto di Hormuz. È importante sottolineare come gli Stati Uniti forniscano il 57% delle importazioni di GNL dell’UE, secondo l’Institute for Energy Economics and Financial Analysis. Motivo per cui la chiusura dello stretto pesa di più sull’Europa che sugli Stati Uniti.
Libano, i raid israeliani fanno vacillare la tregua tra Stati Uniti e Iran
Se da un lato gli economisti registrano stime di crescita al ribasso per l’Eurozona dello 0,4% per l’anno corrente, quelle degli Stati Uniti sono appena dello 0,1%, proprio perché le importazioni nette di petrolio e gas naturale liquefatto pesano per l’1-2% sul PIL europeo, mentre le esportazioni statunitensi nette contribuiscono solo per lo 0,2% alla produzione statunitense.
È chiaro come, rileggendo lo scenario globale sulla base di tali fattori, cambi il piano. Come quello che può sembrare il dilagare di una schizofrenia americana possa essere anche il frutto di un combinato di calcoli economici rispondenti più alla logica del mercato che a quella di una supposta moralità internazionale. Perché di fatto, quello che sta emergendo dal panorama globale è un’amoralità internazionale dilagante, dettata, più che dalle logiche del diritto internazionale, dalla necessità di conquistare asset di potere a discapito dell’incolumità di un popolo, se non dell’intera umanità, minacciando il ritorno dell’atomica.
“Trump è deluso dagli alleati”, dice il segretario generale NATO Rutte
L’Europa, nel bel mezzo di due fuochi incrociati, si è ritrovata prima sotto lo scacco energetico della Russia – conseguente all’aggressione dell’Ucraina – per poi essere nuovamente vittima sia di una crisi petrolifera sia di una crisi energetica – conseguente al blocco dello stretto di Hormuz – comprendendo che il suo destino dipenderà sempre dal fornitore di turno. Allora la domanda sorge spontanea – senza contare gli innumerevoli costi ambientali che i due conflitti stanno causando al pianeta, e dunque la necessità sempre più impellente di dotare il mondo di una strategia globale diretta all’abbassamento delle emissioni di carbonio –: non sarà il momento di puntare a un’indipendenza energetica grazie, anche, alla produzione di energia sostenibile? Forse non sarà un deterrente ai conflitti mondiali, ma la percezione di un’Europa libera dai ricatti energetici è quella di un’Europa sicuramente più audace nel compiere scelte coraggiose nel rispetto del diritto internazionale e della tutela della sovranità territoriale dei popoli.

